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Top Allenatori | Tecnici che hanno scritto la storia nello Sport

responsiveresponsiveIn questa sezione ho voluto racchiudere cenni biografici di Allenatori che ritengo Top, capaci di scrivere pagine importanti negli sport di squadra in cui operavano, sia per quanto riguarda i risultati sportivi, sia per la componente umana che mettevano in gioco nella gestione dei propri giocatori. Esempi che possono insegnarci a tracciare adeguate direzioni da seguire per realizzarci compiutamente come Allenatori , da cui estrapolare idee e comportamenti per poter mettere al servizio in modo efficace competenze ed esperienzeresponsive

Storie di Sport | Personaggi, storie, episodi dal mondo dello Sport

responsiveresponsiveStorie di Sport, raccogliere racconti di piccole e grandi imprese in ogni sport, da quelli più famosi a quelli meno praticati. Condividere le storie e le emozioni di cui sono stati protagonisti atleti conosciuti o ignoti, celebrati eroi o semplici meteore. responsive

Béla Guttmann

Béla Guttmann

La storia di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle la Shoah e il crollo di Wall Street, che ha allenato Schiaffino, Puskas, Eusebio, Liedholm, Zizinho, Maschio e Coluna. Un uomo di antichi principi, ma che non si faceva problemi a escogitare stratagemmi ai limiti della legalità se questo poteva portare dei vantaggi alla propria squadra. Colui che ha inventato il 4-2-4. Un tecnico innovativo, vincente, testardo, avido, carismatico e comunicatore.

Béla Guttmann nacque a Budapest il 27 gennaio 1899, ed è stato un allenatore e calciatore ungherese naturalizzato austriaco. Ebreo sfuggito all’olocausto, istruttore di danza, laureato in psicologia, in bancarotta per il crollo di Wall Street nel 1929, un fratello morto nel lager, mentore di Puskas e padrino di Eusebio, inventore del 4-2-4. Ecco chi era veramente l’ungherese Béla Guttmann, che oggi viene ricordato, il più delle volte, solamente per una maledizione lanciata al Benfica nel 1962. La storia di un ebreo che nasce a Budapest all’inizio del ventesimo secolo. O forse alla fine del diciannovesimo. Perché i misteri sulla vita di Guttmann, ce ne sono parecchi, cominciano già con la sua data di nascita, che comunque è da collocarsi tra il 1899 e il 1990. responsiveEbreo ungherese, dicevamo, figlio di una coppia di ballerini di danza classica, che gli tramisero la passione per il ballo, tanto che Béla all’età di sedici anni era già in possesso dell’attestato di istruttore di danza. Ma presto si accorse che c’era un posto più bello del palcoscenico in cui ballare, e decise così di darsi al calcio, dove le sue eleganti movenze potevano esprimersi sul terreno da gioco. L’eleganza, unita alla tecnica sopraffina che possedeva, gli permisero di avere in mano le chiavi del gioco del MTK Budapest, che in quegli anni la faceva da padrone nel campionato magiaro, e di cui era il centromediano metodista, ovvero il fulcro di tutta la manovra. uttavia, dopo due stagioni e altrettanti campionati vinti, e con in tasca una laurea in psicologia, complice l’ascesa al potere di Miklos Horthy, che presto si sarebbe distinto per una politica antisemita, nel 1921 Béla decise di trasferirsi a Vienna, per vestire la casacca dell’Hakoah, club riferimento e simbolo degli ebrei della città. La sua nuova squadra, grazie anche al suo fondamentale contributo, salì alla ribalta in quegli anni come una delle maggiori espressioni del calcio danubiano, togliendosi importanti soddisfazioni tra cui andare a vincere a Londra rifilando cinque reti al West Ham, detentore della FA Cup.

L’Hakoah divenne così il primo club a espugnare un campo anglosassone, e in breve divenne anche il primo esempio di squadra itinerante che, in mancanza di competizioni internazionali organizzate, girava l’Europa e il mondo per giocare incontri-esibizione. Nel frattempo Guttmann, considerato uno dei migliori talenti danubiani, partecipò alle Olimpiadi del 1924 con la maglia dell’Ungheria, ma la sua avventura in nazionale fu molto breve. Probabilmente a compromettere il suo rapporto con la selezione nazionale fu il comportamento che tenne proprio in occasione delle Olimpiadi, quando, arrabbiato perché riteneva eccessivo il numero di ufficiali dell’esercito presenti in squadra, appese dei topi morti sulle porte delle camere da letto di quest’ultimi. Aveva 24 anni, Béla, e la personalità non gli mancava certamente. Fu in occasione di una delle tournée della propria squadra negli Stati Uniti nel 1926 che la vita di Guttmann cambiò per sempre. Dopo alcune esibizioni che riscossero uno strepitoso successo, in un paese dove il calcio non godeva ancora della stessa popolarità che aveva nel Vecchio Continente, Béla decise di fondare l’Hakoah All Stars, con cui lui e i compagni iniziarono a girare gli States per mostrare al mondo le bellezze del calcio danubiano. Ben presto si integrò felicemente nello stile di vita statunitense, e questo lo portò sia ad indossare la maglia dei New York Giants, sia ad effettuare importanti investimenti in borsa. Il crollo drammatico di Wall Street del 1929, però, bruciò anche tutti i risparmi e gli investimenti di Guttmann, che rimase comunque a giocare in Stati Uniti fino a 33 anni. Se già la vita di Béla era stata avvincente, fu appendendo le scarpe al chiodo che divenne unica e, a distanza di tanti anni, leggendaria. Béla Guttmann, laureato, giramondo, ballerino e calciatore, intraprese la carriera da allenatore, che lo avrebbe portato ad essere uno dei tecnici più innovativi, affascinanti e vincenti della storia del calcio. Se pensate che Mourinho non abbia inventato niente e non faccia altro che copiare lo stile arrogante, deciso e vincente di Brian Clough, sappiate che neppure l’ex tecnico del Nottingham Forest aveva inventato nulla. Perché il primo è stato lui, Béla Guttmann. Ma andiamo con ordine. Béla tornò nel Vecchio Continente, cominciò ad allenare la sua vecchia Hakoah, poi emigrò in Olanda, al Twente, dove andò vicinissimo a vincere il campionato. Vicinissimo perché, dato che a Béla sarebbe spettato un grosso premio in denaro in caso di conquista del titolo, la dirigenza temeva la bancarotta, e la squadra perse in modo assai sospetto diverse partite e con esse il campionato. responsiveArrivò allora il momento del ritorno nella madrepatria, all’Ujpest Dosza, con la quale Guttmann mise in bacheca il suo primo trofeo portando a casa il titolo nazionale del 1938-39. Poi, però, arrivò la guerra, e per un ebreo in Europa la situazione si fece decisamente drammatica: Béla smise di allenare e scomparve, letteralmente. Mentre suo fratello moriva in un lager, il tecnico riuscì a salvarsi nascondendosi chissà dove, ché c’è chi dice che andò a Vienna, chi a Parigi e chi, addirittura, in Sudamerica.

Il mistero su quegli anni di fuga dalla Shoah è rimasto tale, visto che lo stesso Guttmann, quando gli veniva chiesto come avesse fatto a scampare al massacro, rispondeva sempre e solo «Dio mi ha aiutato». E se Dio lo aveva aiutato a scampare all’Olocausto, lui, terminata la guerra, aiutò l’Ungheria a sviluppare un calcio tra i più forti che si ricordi. Dopo aver ripreso ad allenare e aver fatto una breve tappa anche in romania, Guttmann divenne nel 1947 l’allenatore del Kispest, che presto avrebbe cambiato il nome in Honved. Già, proprio quella Honved che viene ricordata come la squadra più straordinaria di quegli anni e che avrebbe costituito l’asse portante della Grande Ungheria di Puskas, Kocsis e Hidegkuti. Béla insegnò calcio ai quei ragazzi che un giorno sarebbero diventati leggendari nell’immaginario magiaro, tra cui un certo Ferenc Puskas. Ma proprio per uno screzio con Puskas lasciò la guida della squadra dopo una sola stagione. Si racconta che al termine del primo tempo dell’incontro contro il Gyor, Guttmann, arrabbiato per la prestazione di un suo giocatore, gli ordinò di rimanere fuori, mandando i suoi in campo in dieci poiché all’epoca non era possibile effettuare sostituzioni. Puskas, leader della squadra, non era della stessa idea del tecnico e invitò il compagno a tornare in campo. La reazione di Guttmann la dice molto su che tipo di uomo fosse: senza fare una piega abbandonò la panchina, salì in tribuna, si accese un sigaro e si mise a leggere una rivista di corse di cavalli. Al termine dei novanta minuti si dimise e tornò a casa in tram senza fare mai più ritorno. Uno dei motti del tecnico era «controlla la star, controlla la squadra»: Puskas lo aveva delegittimato, e lui non ci stava. Quel tram che prese a Budapest lo portò molto lontano, fino a Padova, dove cominciò la sua avventura italiana. Nel regime comunista per un ebreo tirava sempre aria di burrasca, e allora meglio l’Italia repubblicana: dopo il Padova, fu il turno della Triestina, dove tuttavia non ebbe grandi fortune. Il suo animo nomade lo spinse allora dapprima in Argentina, al Quilmes, dove guidò un certo Humberto Maschio, in seguito a un breve ritorno in Ungheria, dove affiancò il CT Sebes alla guida della nazionale per una stagione, e da ultimo a Cipro, dove sedette sulla panchina dell’Apoel Nicosia. Dall’Italia gli arrivò allora la grande occasione: il Milan. Guttmann si ritrovò a guidare una squadra che tra le sue fila poteva vantare gente come Liedholm, Nordahl e Schiaffino, a cui si aggiunse come guida della difesa Cesare Maldini, già conosciuto nell’esperienza alla Triestina. Il tecnico impostò una squadra che giocava un calcio con elementi tecnici e tattici della scuola danubiana a cui si aggiungevano ingenti dosi di astuzia e tecnica latina. Risultati? Un avvio poderoso, che lo lanciò in testa alla classifica. Dopo alcuni mesi, complice anche l’assenza per lunga squalifica di Schiaffino, i rossoneri cominciarono a faticare, e pur essendo ancora in vetta alla classifica Béla venne esonerato. «Sono stato esonerato anche se non sono né un criminale né un omosessuale», fu il suo unico commento. Guttmann passò così al Vicenza, ma siccome nella sua storia non manca nessun ingrediente, ecco che nel 1955 rimase coinvolto in un incidente stradale in cui due bambini persero la vita. E forse è proprio per scampare al processo che decise di prendere un volo per il Brasile, direzione San Paolo, nel 1957. L’esperienza brasiliana di Béla segnerà anch’essa una svolta nella storia del calcio, e a questo punto occorre focalizzarsi su quelli che erano i principi di gioco dell’allenatore ungherese. «Passare il pallone per arrivare in porta. Marcare e smarcarsi. Se la palla non è nostra, marca. Se lo è, smarcati. Il principio fondamentale del calcio è tutto qui». Il calcio di Guttmann era così, concreto, tanto che amava affermare pure che «Il sistema è per gli uomini, non sono gli uomini per il sistema». E forse furono proprio gli uomini a disposizione nel club paulista che lo spinsero ad applicare uno schema nuovo nel panorama tattico dell’epoca, che Béla aveva già attuato saltuariamente nell’esperienza italiana: il 4-2-4. Se il modulo più in voga all’epoca era il Sistema di Chapman (il cosiddetto WM che oggi chiameremmo 3-2-2-3) e la Grande Ungheria giocava una sorta di 3-2-3-2 (detto anche MM), Guttmann optò per l’arretramento di un interno a centrocampo e di un mediano a stopper. Ma guai a credere che il modulo ideato da Guttmann fosse difensivista: un altro dei principi del tecnico era infatti «Primo, segnare; dopo, cercare di non soffrire». Con il San Paolo Béla conquistò subito il campionato paulista. E il suo modo di giocare non passò inosservato agli occhi del selezionatore della nazionale brasiliana Vicente Feola, che decise di applicarlo anche agli imminenti mondiali di Svezia. Proprio come nell’idea di Guttmann, il Brasile, grazie al nuovo modulo, disputò una Coppa Rimet giocando un calcio equilibrato, dove i rischi difensivi erano ridotti al minimo, grazie anche a Zagallo che da esterno d’attacco spesso arretrava a dar man forte ai due centrocampisti, e nel quale la spinta offensiva era garantita dai terzini, Djalma e Nilton Santos, trasformando il modulo in fase offensiva in un 2-2-6. Se quella squadra in cui militavano anche Pelé, Didì, Vavà, Zito e Garrincha passò alla storia, il merito era anche di Béla Guttmann, poiché prima del suo arrivo nessuna compagine brasiliana aveva mai schierato quattro difensori veri. Ma anche l’avventura brasiliana durò poco, e sfruttando l’ormai ottima conoscenza della lingua portoghese Béla volò ad Oporto, dove gli venne affidata la panchina dei Dragoes a stagione in corso. Compiendo una formidabile rimonta Guttmann guidò il Porto alla conquista del titolo nazionale, e mentre i dirigenti della squadra lo ringraziavano e lo omaggiavano per il traguardo raggiunto, lui si accordava con i rivali del Benfica appena sconfitto in campionato. Fu proprio alla guida del Benfica che Guttmann si consacrò come uno dei più grandi tecnici dell’epoca: in tre stagioni vinse due campionati, una coppa nazionale e, soprattutto, due Coppe dei Campioni, interrompendo il dominio incontrastato del Real Madrid che aveva conquistato tutti i primi cinque tornei dalla nascita della manifestazione nel 1956. Il leader di quella straordinaria squadra era Mario Coluna, “Il mostro sacro”, e la rosa si arricchì dopo il primo trionfo europeo con l’arrivo dal Mozambico di Eusébio da Silva Ferreira, per tutti semplicemente Eusébio. In realtà “La pantera nera”, considerato ancora oggi il più grande calciatore portoghese di tutti i tempi, avrebbe dovuto vestire la maglia dello Sporting Lisbona, ma il genio e la furbizia di Guttmann assicurarono al Benfica i suoi servigi.

Tutto cominciò quando un giorno dell’estate del 1960 (o forse era autunno, qui le opinioni si sprecano) Béla Guttmann era in attesa di tagliare i capelli dal suo barbiere di fiducia: improvvisamente irruppe José Carlos Bauer, vecchio giocatore di Béla ai tempi del San Paolo, dicendogli di aver visto, in Mozambico, un giovane giocatore «che non appartiene a questo mondo». Guttmann verificò di persona che le qualità del rampante Eusebio fossero proprio come gliele aveva descritte Bauer, e decise di portarlo al Benfica ad ogni costo. Eusebio era già stato opzionato dai rivali dello Sporting Lisbona, e non era impresa facile portarlo dalla propria parte, ma Guttmann non si perse d’animo. Cominciò con il versare 20.000 dollari alla mamma del giovane fuoriclasse, poi lo imbarcò sull’aereo per Lisbona facendolo viaggiare sotto falso nome, e infine, dato che i dirigenti dello Sporting, venuti comunque a sapere dell’arrivo di Eusebio, lo aspettavano all’aeroporto, Béla fece arrivare un’auto sulla pista d’atterraggio che prelevò il ragazzo e lo portò direttamente in un viaggio di pescatori sulla costa dell’Algarve. Qui, dopo qualche giorno di riflessione, il giovane Eusebio cedette alle lusinghe del tecnico e firmò per i freschi campioni d’Europa. Con Eusebio, come detto, il Benfica si ripeté in Coppa dei Campioni battendo il Grande Real: il contributo di Guttmann fu fondamentale sia a livello tattico, dove impose una marcatura a uomo su Di Stefano, che a livello mentale (ecco che la laurea in psicologia gli tornava molto utile anche in ambito calcistico), spronando i suoi nell’intervallo quando, con il Real in vantaggio, affermò che in realtà gli avversari erano «morti». Nella sua avventura al Benfica Guttmann venne meno al suo credo secondo cui «la terza stagione in una squadra è fatale» per cui un allenatore deve fare le valigie al termine della seconda. Come dimostrato dall’esperienza madrilena da Mourinho, un tecnico che chiede tutto ai suoi dopo due annate nella stessa squadra comincia a perdere di mano la situazione, e per questo Guttmann nel corso della carriera aveva sempre prestato fede al suo motto. Salvo al Benfica, dove nella terza stagione vinse la Coppa dei Campioni ma perse il campionato (giustificandosi con un «Il Benfica non ha il culo per sedersi su due sedie»), e soprattutto si lasciò malamente con la dirigenza dopo il trionfo europeo. Galeotto fu un premio in denaro che Béla riteneva di meritare – e che alcuni dicono servisse per ripianare i debiti contratti dalla moglie nei casinò di Lisbona – ma che la dirigenza gli negò. Ecco allora il celebre anatema, con cui Guttmann affermò che il Benfica non avrebbe mai più vinto una Coppa dei Campioni senza di lui (e in effetti in seguito perse cinque finali…). Béla non era uomo che amava stare fermo, e terminata l’esperienza portoghese prese un altro aereo, questa volta direzione Uruguay, dove allenò il Peñarol portandolo fino alla finale di Copa Libertadores. Poi, sempre per non rimanere mai fermo, il nuovo ritorno in Europa dove continuò a girare tra Portogallo, Svizzera, Austria e Grecia, prima di ritirarsi dall’attività e spendere la vecchiaia nella sua amata Vienna. Quella di Béla Guttmann è una storia che non ha bisogno di morali, perché è una storia vera.

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La storia di un uomo che ha vissuto sulla propria pelle la Shoah e il crollo di Wall Street, che ha allenato Schiaffino, Puskas, Eusebio, Liedholm, Zizinho, Maschio e Coluna; un uomo di antichi principi, che non voleva che i suoi giocatori avessero rapporti sessuali nella settimana precedente la partita, ma che non si faceva problemi a escogitare stratagemmi ai limiti della legalità se questo poteva portare dei vantaggi alla propria squadra. È stato un uomo che ha girato il mondo sempre alla ricerca di nuove sfide e un tecnico innovativo, vincente, testardo, avido, carismatico e comunicatore. Il comune denominatore, nelle sue peripezie, è sempre stato il calcio, per cui dava tutto, sentendosi, da allenatore, come un domatore di leoni. È così infatti che lui amava descrivere la propria professione: «L’allenatore domina gli animali, nella cui gabbia conduce il proprio spettacolo, finché li tratta con fiducia in sé e senza paura. Ma nel momento in cui diventa incerto della sua energia ipnotica, ed i primi segni di timore appaiono nei suoi occhi, è perso». E Béla Guttmann si è perso molte volte nella sua vita e nella sua carriera, ma ha sempre saputo ritrovarsi. Perché in fondo nella vita ragionava come su un campo di calcio, dove, ricordava, non bisogna preoccuparsi «se gli altri segnano», perché «noi possiamo sempre segnare un altro gol».

Alla fine della stagione 1961-1962 Guttmann chiese ai dirigenti del Benfica un premio per la vittoria della Coppa dei Campioni, la seconda in due anni, e la società si rifiutò. Guttmann decise così di andarsene – da tempo circolavano voci, da lui alimentate, su un suo trasferimento in Inghilterra – edisse ai dirigenti: «Da qui a cento anni nessuna squadra portoghese sarà due volte campione d’Europa e il Benfica senza di me non vincerà mai una Coppa dei Campioni». La prima affermazione non si rivelò vera: il Porto ha vinto due volte la Coppa dei campioni, nel 1987 e nel 2004. La seconda per il momento si è avverata, e i tifosi del Benfica temono che possa andare avanti fino al 2062.

Le finali perse dal Benfica
Da stagione 1961-1962 il Benfica ha giocato sette finali europee e una di Coppa Intercontinentale: vinse il Santos, che batté il Benfica sia all’andata, sia al ritorno. Le finali perse a livello europeo negli anni successivi furono:

1962/1963 – finale di Coppa Campioni persa, in rimonta, contro il Milan.

1964/1965 – finale di Coppa Campioni persa per 1 a 0 contro l’Inter.

1967/1968 - finale di Coppa Campioni contro il Manchester United: gli inglesi vinsero dopo i tempi supplementari.

1982/1983 – finale di Coppa Uefa, che all’epoca si giocava in due partite, tra andata e ritorno, persa contro la squadra belga dell’Anderlecht.

1987/1988 – finale di Coppa Campioni, persa ai rigori contro gli olandesi del PSV Eindhoven.

1989/1990 – finale di Coppa Campioni persa contro il Milan.

2012/2013 – finale di Europa League, persa contro il Chelsea all’ultimo minuto.

La curiosità
Prima della finale di Coppa dei Campioni del 1990 giocata a Vienna contro il Milan, l’ex giocatore e simbolo del Benfica, Eusebio, andò sulla tomba di Béla Guttmann per chiedere di cancellare la maledizione. Andò male anche quella volta. Questa pratica è andata avanti per anni: «ogni volta che il Benfica gioca in Europa, in zone vicine a dove si trova la tomba di Guttmann i tifosi portano dei fiori, sperando di liberare la squadra dalla maledizione», ha raccontato alla CNN Jose Carlos Soares, un giornalista portoghese. Al 2062 mancano ancora parecchi anni.

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