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News Mondo Calcio | Notizie e curiosità varie dal mondo del Calcio

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Storie di schemi: l’evoluzione della tattica

Un grande viaggio nelle tattiche del football. All’inizio c’era la Piramide di Cambridge, poi si passa dal sistema di Chapman alle grandi innovazioni di Viani, Rocco ed Herrera, dal calcio olandese contrapposto a quello all’italiana fino alla rivoluzione di Sacchi

Dalle origini al passing game

All’inizio il calcio non aveva regole codificate e valide per tutti. Dunque è privo di senso, per la fase iniziale, parlare di tattiche o di strategie di gioco e tantomeno di spirito collettivo. Chiunque venisse in possesso della palla iniziava un’azione individuale muovendosi in direzione della porta avversaria finché le forze sorreggevano il suo slancio. In questa prima forma di calcio, gli undici giocatori si disponevano alla rinfusa e soltanto il portiere, l’unico autorizzato all’uso delle mani, aveva una sua specifica caratterizzazione.

In una fase successiva, dopo che la creazione della Football Association (1863) aveva posto alcune norme fondamentali per differenziare il calcio dal rugby, davanti al portiere si disposero in verticale due giocatori, mentre gli altri otto erano unicamente proiettati all’attacco. Utilizzando le formule aritmetiche che sono attualmente di uso comune per classificare gli schemi di gioco, si dovrebbe parlare di 1-1-8, e se consideriamo che il modulo oggi più diffuso è il 4-4-2, potremmo dedurne che, dalle origini a oggi, il calcio si è evoluto esclusivamente in fase difensiva, sottraendo uomini all’attacco, per irrobustire la fase di copertura.

Furono gli scozzesi, che alla fine del 19° secolo si distinguevano per praticare il calcio più sofisticato e meglio organizzato, a modificare per primi lo schieramento standard, raddoppiando il numero dei giocatori addetti alla difesa della propria porta. Per rimanere ai numeri, nacque così il 2-2-6: due coppie verticali di difensori, che dovevano contrastare, su due successive linee, lo slancio degli attaccanti. È in apparenza singolare, dunque, che il primo match internazionale della storia, che oppose il 30 novembre 1872, a Glasgow, il 2-2-6 scozzese all’1-1-8 inglese, si sia concluso a reti inviolate, nonostante entrambi i moduli adottati fossero nettamente offensivi. Sin da allora, divenne evidente che l’efficacia di un attacco non dipende dal numero degli attaccanti, bensì dal loro razionale impiego.

Quest’epoca del calcio viene definita del kick and yusch (“calcia e corri”), espressione che sta a indicare un gioco assolutamente spontaneo, frutto della libera iniziativa dei singoli, e privo di un benché minimo collegamento fra i diversi reparti. I difensori, per esempio, provvedevano unicamente a rilanciare il pallone il più lontano possibile, senza prendere nemmeno in considerazione l’idea di mettere in azione i propri attaccanti. Nei college inglesi, questa fase caratterizzata da un gioco esclusivamente individuale venne chiamata dribbling game. Fondamentale fu il passaggio, sempre sotto la spinta decisiva degli scozzesi, al passing game, cioè alla manovra basata sui passaggi fra i compagni di squadra: è proprio con il passing game che il calcio inizia la sua lunga e complessa evoluzione tattica.

 

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di Redazione

( Fonte Storie di Calcio)

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