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Psicologia sportiva | Nozioni ed elementi a supporto del lavoro, dentro e fuori dal campo

responsiveresponsiveLa Psicologia dello Sport riguarda quelle attività accademiche, di ricerca e professionali che forniscono la base per comprendere e stimolare il comportamento delle persone praticanti sport o attività fisica. Questo ambito dinamico può stimolare l'esperienza degli uomini, delle donne e dei giovani che praticano le varie forme dell'attività fisica, si rivolge sia a coloro che svolgono la loro attività per piacere personale e sia a quelli impegnati a livello di èlite in attività specifiche. Gli psicologi dello sport che svolgono questa attività a livello professionale s'impegnano nel comprendere i processi psicologici che guidano la prestazione motoria, i modi attraverso cui può venire stimolato l'apprendimento e incrementate le prestazioni e la maniera in cui possono essere efficacemente influenzati le percezioni psicologiche e i risultati. La Psicologia dello Sport trova le sue radici sia nelle scienze dello sport e del movimento e sia nella psicologia. E' una specializzazione della psicologia applicata e delle scienze dello sport. (Statement dell'International Society of Sport Psychology)responsive

I giovani e la competizione

L’idea che i bambini non debbano giocare per la vittoria, e la competizione sia sempre negativa per lo sviluppo, è un concetto mal interpretato di educazione.

L’idea che i bambini non debbano giocare per la vittoria, e la competizione sia sempre negativa per lo sviluppo, è un concetto mal interpretato di educazione.

Leggo che i bambini non devono giocare per vincere, ma non sono d’accordo. Lo sport si fa per vincere

Il bambino compete e vuole vincere per natura, tanto che senza questi stimoli non vi sarebbe l'adulto, ma è il modo in cui l'adulto interpreta la competizione, e quindi la vittoria e la sconfitta, che gli è estraneo. Il bambino gioca "insieme" al compagno e all'avversario per vincere, non conosce il trucco e la slealtà, non si cura della classifica e alla fine della partita non soffre se ha perso, né si sente diverso e migliore se ha vinto. Siamo noi adulti che non accettiamo il bambino così com'è e pretendiamo, anzi ordiniamo, che vinca ad ogni costo e con qualsiasi mezzo, anche contro lo sviluppo del proprio talento.

Lo sport ha fretta e bisogno di risultati subito, e gli vuole inculcare le norme e i modi dell'adulto, che così sono assunti senza critica e sperimentazione e, in modo paradossale, contribuiscono a mantenerlo bambino oltre il tempo quando, per vincere, occorre essere adulti. È ancora viva la convinzione che, anche con i bambini, si debba imparare subito a vincere, o abituarsi subito allo sport dell’adulto, per acquisire carattere e adattarsi all’agonismo, e che i gesti già definitivi vadano insegnati subito per non costruire su basi sbagliate, ma il bambino si gioca sempre tutto per natura, e per imparare deve potersi sperimentarsi e sbagliare. Ed è proprio la pretesa di farlo giocare solo per la vittoria senza badare ai mezzi e non consentirgli di imparare a misurarsi con gli strumenti del proprio talento che gli impedisce di sviluppare tutte le qualità di cui dispone. È con questi sistemi che si forma uno sportivo che manca proprio delle qualità agonistiche per vincere. Si dirà che lo sport è pieno di sportivi che vincono perché sono accesi dal furore agonistico, ma sarebbe interessante vedere come gareggerebbero se fossero più lucidi e meno tesi. Non si tratta, quindi, di cercare uno sport privo di agonismo, ma piuttosto di trovarne uno adatto a un bambino, o forse di uno adatto a tutti.

Anche per un giovane giocare solo per la vittoria è uno stimolo che nasconde pericoli. Più si va avanti più occorre badare anche al risultato, ma con i giovani giocare solo per vincere subito significa non formare sportivi che vincano da adulti. Si può, per esempio, impostare una gara solo per non lasciar giocare l'avversario, chiedere gesti o soluzioni soltanto utili al momento, sostituire i gesti e le iniziative che possono nascere dal talento con piccoli trucchi, furberie e aggressività scomposta o anche violenta. Oppure, si può fare solo ciò che si sa eseguire bene, perché con i giovani, quando si gioca solo per l'immediato, non si può rischiare. Si ricorre a ciò che si sa far bene ora, e quindi a qualità in evoluzione e destinate a cambiare.Non si cerca lo sviluppo delle potenzialità che al momento sono meno efficaci, ma più tardi saranno essenziali. La prudenza consiglia di fare gli esperimenti in allenamento e non in gara, ma vi sono situazioni che accadono solo in un confronto vero. Le soluzioni creative, infatti, nascono da intuizioni e scelte che si possono fare soltanto nel momento in cui deve essere risolta o creata una situazione della gara.

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di Vincenzo Prunelli

( Fonte NuovoSportGiovani )

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