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Psicologia sportiva | Nozioni ed elementi a supporto del lavoro, dentro e fuori dal campo

responsiveresponsiveLa Psicologia dello Sport riguarda quelle attività accademiche, di ricerca e professionali che forniscono la base per comprendere e stimolare il comportamento delle persone praticanti sport o attività fisica. Questo ambito dinamico può stimolare l'esperienza degli uomini, delle donne e dei giovani che praticano le varie forme dell'attività fisica, si rivolge sia a coloro che svolgono la loro attività per piacere personale e sia a quelli impegnati a livello di èlite in attività specifiche. Gli psicologi dello sport che svolgono questa attività a livello professionale s'impegnano nel comprendere i processi psicologici che guidano la prestazione motoria, i modi attraverso cui può venire stimolato l'apprendimento e incrementate le prestazioni e la maniera in cui possono essere efficacemente influenzati le percezioni psicologiche e i risultati. La Psicologia dello Sport trova le sue radici sia nelle scienze dello sport e del movimento e sia nella psicologia. E' una specializzazione della psicologia applicata e delle scienze dello sport. (Statement dell'International Society of Sport Psychology)responsive

Vincere

Quando i ragazzi passano dalla Scuola Calcio all’agonistica, credo che noi adulti dobbiamo aiutarli a trasformare molti aspetti del modo di scendere in campo per affrontare una partita. Perché tra i due settori sportivi il calcio cambia, inevitabilmente. È così, e a questa trasformazione bisogna adeguarsi.

Quando i ragazzi passano dalla Scuola Calcio all’agonistica, credo che noi adulti dobbiamo aiutarli a trasformare molti aspetti del modo di scendere in campo per affrontare una partita. Perché tra i due settori sportivi il calcio cambia, inevitabilmente. È così, e a questa trasformazione bisogna adeguarsi.

Quando i ragazzi passano dalla Scuola Calcio all’agonistica, credo che noi adulti dobbiamo aiutarli a trasformare molti aspetti del modo di scendere in campo per affrontare una partita. Perché tra i due settori sportivi il calcio cambia, inevitabilmente. È così, e a questa trasformazione bisogna adeguarsi. Mentre nel contesto della Scuola Calcio sento dire spesso agli istruttori che l’importante non è vincere ma svolgere una buona prestazione e praticare un buon gioco al di là del risultato, a 13-14 anni, per una strana coincidenza, il calcio si fa più accanito e sembra colludere con le trasformazioni psicofisiche dell’adolescente che diviene, da questa età In poi, un vulcano sull’orlo di eruttare. Tempeste ormonali, conflitti interiori tra il desiderio di autonomia e il bisogno dell’affetto dei genitori si camuffano spesso dietro il suo essere burbero e ribelle. Analogamente a ciò, il calcio che lui pratica, diviene più agonistico.

In questo modo lo sport si propone all’adolescente come un prezioso contesto dove poter canalizzare tutta la sua energia attraverso una via di sfogo adeguata: la voglia di vincere.

Scendere in campo per vincere significa osare, mettersi in gioco in ogni caso, anche giocando male se si è particolarmente emozionati; giocare per vincere permette di buttare fuori più adrenalina, sudore e fiato.

Scendere in campo per vincere significa rischiare di perdere, quindi acquisire spavalderia e coraggio di fronte ad un’avversità come la sconfitta, che le avversità svariate della vita le rappresenta tutte.

Dire ai ragazzi di scendere in campo per fare bella figura al di là del risultato non è altrettanto motivante. Lo vedo dall’esperienza in campo… Spesso percepisco che in ciò si nasconde una strategia inconscia del mister di affrontare la partita placando a priori il suo timore di essere criticato di fronte ad una possibile sconfitta. Mentre all’adolescente non fa male confrontarsi con la smania di vincere. L’adolescente si aspetta che un adulto lo esorti a vincere motivandolo a dare il massimo, così va evocata la vittoria!

Aspirare alla vittoria è una sfumatura di una carica motivazionale innata nell’essere umano. Freud parlava di istinto di vita, riferendosi a un aspetto di noi stessi volto a eruttare, come un vulcano, energia propositiva. In linea con ciò possiamo concepire la voglia di emergere, come quella forza che ti permette di ostinarti in qualcosa, come per esempio a nuotare per emergere dall’acqua e palpitare boccate valicando a forza l’orlo che delimita il mare dall’aria. Boccate di ossigeno che hai raggiunto con fatica e che ti fanno sentire vivo. È così che io sento la vittoria se la penso dentro di me, se cerco di sentirla mettendomi nei panni dei ragazzi quando esultano per un gol appena fatto.

E vincere diventa una sfida, dove si specchiano motivazioni ataviche che vanno oltre le nostre origini e affiorano dalla notte dei tempi, quando vincere rappresentava il risultato della temerarietà con cui si rimaneva vivi dopo una battaglia, con cui si affrontava la lotta per la sopravvivenza. La cosa grandiosa è che vincere è una delle possibilità, perché dove si ha la possibilità di vincere c’è anche la possibilità di perdere. È una medaglia con due facce. Esiste in quanto tale. Quel gusto amaro, a volte insopportabile, che prevede la sconfitta, è come un incubo dove si nuota, si nuota, e non si riesce a raggiungere l’orlo dell’acqua, ma in quanto tale risulta essere uno stimolo fondamentale per chi ha un animo vincente, perché gli consente di trovare la forza per poggiarrsi sulle proprie gambe e darsi la spinta necessaria per risalire. A meno che non si voglia rimanere lì.

In tutto ciò il mister è proprio colui che deve dare ai componenti della squadra la convinzione che la vittoria è una certezza in cui credere, anche se lui sa che potrebbe non essere così. Il mister deve motivare quell’animo vincente a credere in se stesso affinché, come dice Paulo Coelho, “l’universo cospiri verso ciò che vuoi”. E la vittoria non risulta più l’obbiettivo, ma una conseguenza della convinzione di potercela fare.

di Isabella Gasperini
 

( Fonte isabellagasperini.com )

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