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Psicologia sportiva | Nozioni ed elementi a supporto del lavoro, dentro e fuori dal campo

responsiveresponsiveLa Psicologia dello Sport riguarda quelle attività accademiche, di ricerca e professionali che forniscono la base per comprendere e stimolare il comportamento delle persone praticanti sport o attività fisica. Questo ambito dinamico può stimolare l'esperienza degli uomini, delle donne e dei giovani che praticano le varie forme dell'attività fisica, si rivolge sia a coloro che svolgono la loro attività per piacere personale e sia a quelli impegnati a livello di èlite in attività specifiche. Gli psicologi dello sport che svolgono questa attività a livello professionale s'impegnano nel comprendere i processi psicologici che guidano la prestazione motoria, i modi attraverso cui può venire stimolato l'apprendimento e incrementate le prestazioni e la maniera in cui possono essere efficacemente influenzati le percezioni psicologiche e i risultati. La Psicologia dello Sport trova le sue radici sia nelle scienze dello sport e del movimento e sia nella psicologia. E' una specializzazione della psicologia applicata e delle scienze dello sport. (Statement dell'International Society of Sport Psychology)responsive

Per i genitori che borbottano in tribuna

Commentare gli eventi calcistici dei figli (e dei figli degli altri) con la stessa foga che vedo incalzare nelle discussioni tra i tifosi della Roma e della Lazio al bar vicino casa mia è un evento così frequente che credo sia capitato anche sotto i vostri occhi. Questo accade ancor più e con più accanimento, purtroppo, quando i figli si fanno grandi e il calcio che praticano diviene più agonistico. Ogni volta che assisto a situazioni di questo genere mi viene in mente la stessa riflessione. Per noi genitori è difficile affrontare e superare il distacco dai nostri figli che stanno diventando grandi.

Commentare gli eventi calcistici dei figli (e dei figli degli altri) con la stessa foga che vedo incalzare nelle discussioni tra i tifosi della Roma e della Lazio al bar vicino casa mia è un evento così frequente che credo sia capitato anche sotto i vostri occhi.

Commentare gli eventi calcistici dei figli (e dei figli degli altri) con la stessa foga che vedo incalzare nelle discussioni tra i tifosi della Roma e della Lazio al bar vicino casa mia è un evento così frequente che credo sia capitato anche sotto i vostri occhi. Questo accade ancor più e con più accanimento, purtroppo, quando i figli si fanno grandi e il calcio che praticano diviene più agonistico. Ogni volta che assisto a situazioni di questo genere mi viene in mente la stessa riflessione. Per noi genitori è difficile affrontare e superare il distacco dai nostri figli che stanno diventando grandi. 

I genitori che in tribuna si infervoriscono e bofonchiano una marea di critiche verso la società sportiva, verso il mister, verso i compagni di squadra del figlio, commentando a volte in modo acceso ciò che accade in campo rappresentano quella parte di noi genitori che ancora hanno bisogno di rimboccare le coperte emotive ai loro figli per mantenere viva la loro convinzione di proteggerli in questo modo dal mondo e dalle sue ingiustizie… questo non perché questi ragazzi si trovano realmente in circostanze rischiose per la loro incolumità emotiva e fisica. Ma perché loro hanno bisogno di fare questo, di rimanere intrappolati in una matassa che li lega stretti stretti a tutto ciò che coinvolge i loro figli. 

I figli a volte divengono degli strumenti, per dare un senso alla nostra quotidianità, perché non sappiamo rinunciare al fatto di realizzarci prendendoci cura di un figlio e realizzarci così, e perché coloro tra noi genitori che fanno così non potrebbero vivere con il vuoto che lascerebbe l’accanimento per l’attività sportiva del proprio figlio, anche perché se questo accadesse quel vuoto rimarrebbe incolmato. 

I nostri figli  sanno discriminare chiaramente il gusto ben diverso dell’affetto e dell’iperprotezione. Prendere coscienza che il nostro bambino o la nostra bambina, il nostro bene più prezioso, una volta cresciuto/a ci lascerà alla nostra vita, e renderci conto che il SUO calcio, il quale ci ha riempito la vita per anni e ringalluzzito magari da una quotidianità anonima, ci servirà per verificare la nostra oculatezza e il nostro buonsenso. 

I figli appartengono solo a se stessi. Noi li mettiamo al mondo, li amiamo e li accompagnano nel percorso della loro crescita, e una volta grandi dobbiamo accettare di lasciarli volar via! Sapete perché? Perché sennò loro non apriranno mai le ali che il buon Dio ha posto sulla loro schiena e quelle ali chiuse diventeranno un peso costretti a rascinarsi dietro, un fardello che nasconde l’emozione di cui è fatto davvero: la paura di un figlio che per colpa della sua crescita i genitori siano tristi e soli  estirpando loro cio che rappresenta IL senso dalla loro vita che quindi sarà vuota. 

Invece se vogliamo che i nostri figli stiano bene dobbiamo gioire per l’autonomia che acquisiscono e  contenere e redimere la nostra dipendenza da loro.  

Più loro sperimenteranno questa  autonomia vedendoci spettatori della loro vita, così come vedendoci in tribuna solo spettatori della loro partita, più per i nostri figli noi saremo un porto sicuro dove loro potranno approdare ogniqualvolta sentiranno il bisogno di un abbraccio affettuoso nel loro vagare per il mondo in cerca di avventura e terre da scoprire.

di Isabella Gasperini
 

( Fonte isabellagasperini.com )

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