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Psicologia sportiva | Nozioni ed elementi a supporto del lavoro, dentro e fuori dal campo

responsiveresponsiveLa Psicologia dello Sport riguarda quelle attività accademiche, di ricerca e professionali che forniscono la base per comprendere e stimolare il comportamento delle persone praticanti sport o attività fisica. Questo ambito dinamico può stimolare l'esperienza degli uomini, delle donne e dei giovani che praticano le varie forme dell'attività fisica, si rivolge sia a coloro che svolgono la loro attività per piacere personale e sia a quelli impegnati a livello di èlite in attività specifiche. Gli psicologi dello sport che svolgono questa attività a livello professionale s'impegnano nel comprendere i processi psicologici che guidano la prestazione motoria, i modi attraverso cui può venire stimolato l'apprendimento e incrementate le prestazioni e la maniera in cui possono essere efficacemente influenzati le percezioni psicologiche e i risultati. La Psicologia dello Sport trova le sue radici sia nelle scienze dello sport e del movimento e sia nella psicologia. E' una specializzazione della psicologia applicata e delle scienze dello sport. (Statement dell'International Society of Sport Psychology)responsive

L' Allenatore ? ..... è come un supereroe

Esplora il significato del termine: Lo studio della Fondazione Franchi su adolescenti e sport: disorientati dagli adultiLo studio della Fondazione Franchi su adolescenti e sport: disorientati dagli adulti

Fragili, come i contesti sociali in cui vivono (famiglie comprese). Sempre più spesso per gli adolescenti la pratica sportiva diventa una boa a cui aggrapparsi, un modo per esprimere liberamente talento, energia, frustrazioni. È qui che cercano punti di riferimento.

Fragili, come i contesti sociali in cui vivono (famiglie comprese). Sempre più spesso per gli adolescenti la pratica sportiva diventa una boa a cui aggrapparsi, un modo per esprimere liberamente talento, energia, frustrazioni. È qui che cercano punti di riferimento. È qui che l’allenatore diventa una sorta di «supereroe», «un leader che sappia creare un clima piacevole, nel quale si respiri stabilità ed equilibrio», che sia «scherzoso e divertente», ma allo stesso tempo «determinato» e «portatore di valori».

Il focus su ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 19 anni

Claudia Valiani Renzetti si occupa di consulenza familiare e di mediazione culturale. Per la Fondazione Artemio Franchi ha curato una ricerca su un tema di questi tempi cruciale: l’etica dello sport, il mondo giovanile e il fair play. L’obiettivo? «Rilevare — spiega — bisogni e carenze di ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 19 anni, per poi pensare ad attività per migliorare la situazione. Attività da svolgere sia con i giovanissimi atleti che con genitori, dirigenti, allenatori».

La ricerca

Perché dalle risposte ai 2.047 questionari distribuiti in società sportive di Veneto, Toscana e Puglia, emerge, lampante, il disorientamento degli adolescenti rispetto ai comportamenti del mondo adulto. Ma andiamo per ordine: nel doppio campione (11-14 e 15-19 anni) l’avvio allo sport avviene durante l’infanzia, soprattutto nei campi di calcio, pallavolo e basket. «La percezione dell’unità della squadra — si legge nello studio — è in generale buona, sebbene si registri un calo nella fascia 15-19 anni, dove l’individualismo aumenta a discapito del sentimento di appartenenza». Ed è nei ragazzi che giocano a pallone che si evidenzia maggiormente questo atteggiamento.

Cosa spinge a praticare sport

Il dato che fa più riflettere è, però, quello relativo alle motivazioni. La principale spinta a fare sport, infatti, è il divertimento (per il 65 per cento, mentre appena il 20 per cento sogna di diventare un campione, il 33 tra quelli che fanno calcio). Ma quando l’aspetto ludico va a sbattere contro le aspirazioni degli adulti e le loro richieste di prestazioni ogni volta superiori, «i ragazzi sperimentano un forte senso di frustrazione». «È — fa notare ancora la curatrice dello studio — una contraddizione che può creare danni a volte irreparabili: da una parte si sentono dire che l’importante è divertirsi, dall’altra però quando non vincono notano reazioni di rabbia incomprensibili da parte di chi dovrebbe dare loro un esempio diverso».

Educare i grandi al rispetto delle esigenze dei piccoli

Dunque, prima di tutto bisogna educare i «grandi» al rispetto delle esigenze dei bambini e degli adolescenti. Nello sport, come nella quotidianità. Negli ultimi tempi la Fondazione Franchi, con il settore scolastico della Figc e il Comune di Firenze ha avviato corsi per genitori, dirigenti e mister: «Purtroppo — racconta Claudia Valiani Renzetti— di mamme e papà se ne vedono pochi. Durante questi incontri insisto sempre sul concetto di comunità educante, dove tutti ci mettiamo in gioco, accettando l’idea che tutti possano imparare da tutti. È un modello di società dove siamo uniti da uno scopo comune, che dovrebbe essere in questo caso il bene dei ragazzi, e dove si accetta di collaborare con uno spirito di apertura, senza alcuna sorta di pregiudizio».

La figura più importante? L’allenatore

La figura più importante per i ragazzi, per loro stessa ammissione, è quella dell’allenatore. «Gli chiedono competenze educative elevatissime, perché incarna un ideale». Appunto, un supereroe che spesso sopperisce alle carenze della famiglia o della scuola. «Penso — conclude la consulente della Fondazione Franchi — che influiscano più aspetti a determinare questa descrizione. Certo, la famiglia è una figura sociale in grandissima difficoltà e oramai ha varie forme e sfaccettature. Spesso i genitori sono in difficoltà ad affrontare le sfide educative. C’è un antico proverbio africano che dice: “per crescere un bambino ci vuole un villaggio”. Proprio per questo credo che, a partire da un mondo come quello dello sport in grado di raggiungere un gran numero di persone, sia possibile avviare nuovi modelli di confronto e crescita».

 

di Antonio Montanaro
 

( Fonte Corriere Fiorentino )

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