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Interviste | Interviste ad atleti, tecnici ed addetti al lavoro di campo

responsiveresponsiveSerie di interviste a tecnici od atleti estrapolate da vari siti tematici presenti nella Rete.responsive

Fulvio Pea si racconta: 'Nove anni a panini e bottigliette d'acqua..'

'Nove anni a panini e bottigliette d'acqua..'. Pea si racconta: "Gli inizi all'Oratorio dei Cappuccini, il collegio tutto nerazzurro e quel ragazzo che raccoglieva margherite..."

Basta crederci…’. E’ forse questa una delle frasi che più di ogni altra ci accompagna nel corso della nostra vita: infanzia, adolescenza, gioventù, vecchiaia…Lei c’è sempre! Usata, abusata, a volte logorata al punto da perder quasi del tutto quel bellissimo significato che pure palesa.

Ma funziona così, soprattutto in un mondo che non crede più a nulla, attaccato al materialismo quale unica, possibile ancora di salvezza da una quotidianità, una normalità dalla quale si auspica soltanto di andar oltre.

E se le parole, almeno quelle sopracitate, non riescono più a render bene un concetto estremamente importante - perché se smettiamo di credere in ciò che facciamo, se smettiamo di essere ambiziosi finiamo col rassegnarci alla triste amecania – allora è giusto lasciar spazio alla fattualità. E’ un po’ la storia di Fulvio Pea, ora allenatore del Pro Piacenza e con un passato illustre nelle giovanili di Inter, Sampdoria (e non solo)… “Io non ho mai giocato a calcio quindi diciamo che è stato tutto più complicato. Ho cominciato ad allenare a 21 anni all’Oratorio dei Cappuccini di Casalpusterlengo. La cosa bella è che nonostante facemmo un solo punto in quattordici partite, in un anno i ragazzi iscritti da nove divennero trentasei. Oggi sono tutti padri di famiglia e quando li incontro si ricordano ancora di me, delle mie ‘tattiche particolari’. I miei allenamenti, infatti, erano più nello spogliatoio che in campo: vestirsi da calciatori, fare la doccia da soli, rivestirsi senza l’aiuto di mamma e papà. A quell’età sono queste le cose che gli servono, il campo può anche passare in secondo piano. Devi riuscire a trasmettere loro entusiasmo, gioia. Un allenamento ben riuscito non è quello nel quale gli fai fare chissà che cosa, ma quando vedi che tornano a casa con il sorriso. E io ancora oggi cerco di mantenere questo aspetto ludico. Il calcio è un gioco, non scordiamocelo mai…”.

E’ stato difficile per Pea lasciare quel mondo lì, il sorriso dei bambini, il loro entusiasmo, quel ‘mister, che facciamo oggi?’. Ma nulla si abbandona mai del tutto, la nostra mente tende a custodire ciò che di bello abbiamo vissuto e a farlo riaffiorare al momento giusto. In quelle lunghe, lunghissime giornate tra Casalpusterlengo e Lodi, ad esempio… “Lavoravo in una palestra come insegnante di fitness e aerobica perché non prendevo una lira e in qualche modo dovevo andare avanti. Il ricordo è di nove anni di panini e bottigliette d’acqua, era questo il mio pranzo. Staccavo da palestra alle 14 e partivo per Lodi dove allenavo il Fanfulla. C’era un certo Alessandro Matri…Dovevo sempre augurarmi di giocare il sabato perché lui la domenica non c’era mai, doveva andare a correre con la bici”.

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di Lorenzo Buconi

( Gianlucadimarzio.com )

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