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Interviste | Interviste ad atleti, tecnici ed addetti al lavoro di campo

responsiveresponsiveSerie di interviste a tecnici od atleti estrapolate da vari siti tematici presenti nella Rete.responsive

Armando Caligaris :" Gli occhi sono inutili se la mente è cieca ... "

Armando Caligaris

Preparatore atletico professionista. Coordinatore area motoria della Scuola Calcio e prima fascia del settore giovanile Genoa C.F.C. Mental Coach. Psicomotricista funzionale ..... e molto altro! 

1) Armando, preparatore atletico… sappiamo che questa definizione però ti sta stretta…

Sì, non mi piace che quel che faccio con i ragazzi venga ridotto a un puro lavoro fisico. Ho un approccio olistico che mi permette di guardare alla persona nel suo complesso e non limitarmi a pensare di avere di fronte una “macchina-calciatore”. Ho studiato la psicomotricità funzionale con Jean Le Boulch ed ho quindi interiorizzato nel mio modello di lavoro il concetto che uomo e ambiente si modificano reciprocamente e non si può pertanto allenare un aspetto, dimenticandosi di tutto il resto.

2) Ci racconti qualcosa dell’ “approccio psicocinetico al calcio”, in merito al quale hai anche scritto un libro?

È un riassunto di 20 anni di studi e lavoro di campo. Qualcosa che ho scritto soprattutto per me, per far ordine nell’evoluzione del mio pensiero e del mio modo di approcciarmi a questo lavoro. Da sempre l’importanza che do alla psicologia, alla persona vista a 360 gradi, fa di me un eretico nel qui ed ora di questo mondo. Ma io ci credo sempre di più e, accantonando la modestia, penso sia una visione futuribile. Dobbiamo imparare a parlare e a far parlare di emozioni anche nello sport. Il mondo interiore è il portale per accedere al resto. Il mio interesse non è il muscolo, lo è in parte il movimento, sicuramente lo è il soggetto che si muove.

3) Leggendo di te in internet, ti si trova abbinato alla massima “Gli occhi sono inutili se la mente è cieca”. Cosa significa questo per te?

È in effetti un mio motto. Ma lo immagino con 3 puntini di sospensione, perché è una frase ancora perfezionabile (bisogna sempre sentirsi in continua evoluzione) e che può essere completata. Non è infatti sufficiente neppure limitarsi a parlare di occhi e mente, perché bisogna anche considerare la preponderante importanza dell’aspetto emotivo-affettivo, strettamente interconnesso con tutto il resto.
Declinando questa teoria nella pratica, ad esempio, si intende che prima ancora di ricevere la palla devo vedere le possibilità che ho davanti. L’elasticità mentale deve essere come un faro sulla percezione. È ciò che considero la parte centrale del mio lavoro con gli atleti. Non mi è utile la ripetitività di un gesto già appreso, ma il lavoro di interiorizzazione del gesto (il collocarlo rispetto alle “3 W”: when, where e why) che consente l’accesso al suo automatismo: perché se penso durante un’azione mi rallento.

4) Quanto la cura degli aspetti extracalcistici può influire, in percentuale, sulla probabilità di fare del calcio la propria professione?

Incide in maniera evidente per tanti motivi: basti pensare a come provenire da un certo tipo di famiglia, con un certo stile educativo, permetta di percepire il metodo utilizzato dall’allenatore in un modo piuttosto che nel suo opposto. Se ad esempio hai un padre-padrone molto rigido e sei abituato a fare i conti con dei paletti piuttosto stretti, resterai spiazzato davanti a un allenatore che ti lascia più margini di decisione e libertà. È imprescindibile il lavoro su di sé, che mette nella condizione di diventare consapevoli delle ripercussioni affettivo-emotive che gli stimoli esterni hanno su di noi.

5) Quale consiglio daresti ai genitori di un piccolo aspirante calciatore? Qual è oggi la strada migliore da seguire per raggiungere i propri obiettivi sportivi?

I genitori dovrebbero avere due “must” per i propri figli: il divertimento e il coraggio.
Dovrebbero ricordarsi di chiedere loro spesso se sono felici facendo quello che fanno. E farli crescere mettendoli nella condizione di aumentare la propria autostima e quindi il loro coraggio: solo se credono in se stessi e amano i loro impegni, potranno avere delle possibilità nella vita. Anche per fare i calciatori.

Oggi ci si preoccupa troppo e troppo presto di scovare il talento in un’età così precoce in cui lo sport dovrebbe essere solo piacere e non un’onerosa aspettativa degli adulti. In questo modo, spingendoli al professionismo precorrendo i tempi naturali, non solo rischiamo di sprecare dei potenziali, ma facciamo sì che molti si disamorino proprio del calcio in modo irrecuperabile.

6) Cosa pensi del Progetto Calcio Profiler?

Lo sento molto affine a ciò che è il mio ideale di lavoro con il singolo calciatore e le squadre. Un’attenzione complessiva alle persone e alle relazioni. Credo debba diventare il modo di lavorare del futuro non solo nel calcio, ma nello sport in generale.

Come la mia, oggi, è una visione ancora un po’ fuori dagli schemi e questo implica la fatica di farla comprendere a chi gestisce le Società, ma se si vuole essere dei vincenti, è da questa prospettiva che bisogna guardare le cose!

Trovo inoltre che un altro aspetto innovativo e con un’importanza fondamentale sia il risvolto che questo progetto può avere sul sociale.
Al binomio sport-educazione si pensa troppo spesso (sbagliando) come se ci fosse un’associazione diretta. Le varie agenzie educative, dalla famiglia, alla scuola, alle attività parrocchiali e a quelle sportive, dovrebbero invece farsi carico di una simile responsabilità.
Nella mia esperienza lavorativa sono stato testimone di come questo postulato venga preso con troppa superficialità.

Per questo motivo, dopo aver letto e ascoltato le parole di Paolo e Marzia, molto affine al loro pensiero, mi associo al loro primario intento di fare dell’attività motoria un mezzo educativo e preventivo di primaria importanza.

 

di Redazione

( Fonte Calcio Profiler )

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