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Storie di Sport | Personaggi, storie, episodi dal mondo dello Sport

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John Thomson: morte di un portiere

La tragica fine di John Thomson, tra i più grandi portieri del secolo scorso, scomparso ad inizio settembre del 1931. L’estremo difensore del Celtic perse la vita dopo uno scontro di gioco con Sam English, giocatore dei Rangers.

La tragica fine di John Thomson, tra i più grandi portieri del secolo scorso, scomparso ad inizio settembre del 1931. L’estremo difensore del Celtic perse la vita dopo uno scontro di gioco con Sam English, giocatore dei Rangers.

Da ragazzino aveva conosciuto il durissimo lavoro in miniera. Il suo fisico non era quello di un portiere. Malgrado questo, sin da bambino lo consideravano un fenomeno, un goalkeeper carico di talento e di coraggio. Steve Callaghan, football-scout per conto del Celtic Glasgow, quando arrivò in quel minuscolo agglomerato di piccole case di minatori, vicino a Fife, andò a cercare subito John Thomson. Era giunto in quel posto che sembrava un castigo di Dio solo per visionare quel portierino dopo averlo visto trasformarsi in saracinesca nella partita tra Wellesley Juniors e Denbeath Star. Quel ragazzino di diciassette anni mostrò tutte le sue capacità e al termine della gara firmò per la squadra più importante della Scozia, diventando portiere del Celtic. Nessun dubbio: John sarebbe diventato un campione. Gli eventi, purtroppo tragici, lo trasformarono in leggenda del calcio. La svolta nella vita di Thomson arrivò nel 1926: addio al lavoro di minatore per trasferirsi nella grande città, in quella Glasgow che lo chiamava a difendere i colori del club scozzese di maggior prestigio. Un salto di qualità considerato negativamente dalla madre di John che reputava il calcio uno sport brutale e violento e che aveva sempre cercato di dissuadere il figlio dal praticarlo.

L’occasione fu troppo grande e John la colse al volo. Il suo fisico non era l’ideale per gli standard dell’epoca. James Boyle, un amico di Thomson, lo descrisse come un giocatore dal corpo sottile e asciutto che “se si girava di lato, si riusciva a vederlo a malapena”. L’esilità gli conferiva, tuttavia, una grandissima agilità. Gli allenamenti a cui si sottopose lo resero capace di volare da palo a palo e compiere prodezze con estrema naturalezza. Caratteristiche che gli valsero l’appellativo di “Principe dei portieri”. Nel 1927, dopo una prestazione negativa di Peter Shevlin (tre reti evitabili, incassati dal modesto Brechin City), l’allenatore del Celtic, Willie Maley, decise di lanciare Thomson nel ruolo di titolare. La risposta di John fu strabiliante: contro il Dundee, convinse tutti. Il Celtic raggiunse il secondo posto in campionato alle spalle dei Rangers e vinse la Coppa di Scozia, superando in finale l’East Fife 3-1, la squadra della zona dove John era nato e cresciuto. Il portiere dalle “mani d’artista”, come lo definì il compagno di squadra e leggenda del Celtic, Jimmy McGrory, compiva miracoli tra i pali, in un calcio che allora proteggeva l’estremo difensore meno di adesso sui duri contrasti che il ruolo richiedeva. Thomson aveva un grande coraggio, gettandosi in uscita sui piedi degli attaccanti avversari e volando in tuffo, spesso sfiorando i legni della porta.

responsiveTom Greig, che di Thomsonfu il biografo, scrisse nel suo libro “My search for Celtic’s John”: “Aveva piccole mani, con dita forti e sottili, possedeva anche una grande forza nei polsi e negli avambracci. La combinazione di questi attributi fisici fu la base per le sue straordinarie capacità di parata e presa”. Due anni dopo aver raggiunto la maglia di titolare, disputò una magistrale prestazione nella partita più attesa del 1928: l’Old Firm contro i Rangers. I giornalisti presenti, che ammirarono le parate sciorinate dall’estremo difensore del Celtic, non ebbero dubbi: si era di fronte a un predestinato, qualcuno che sicuramente avrebbe rappresentato il futuro della Scozia tra i pali. Il suo coraggio ai limiti dell’incoscienza esaltava la folla. Nel 1930, in una gara contro l’Airdrieonians, Thomson perse due denti e si fratturò la mandibola e alcune costole per fermare un’incursione avversaria. In partita i suoi occhi erano fissi sul pallone, l’istinto lo portava sempre dalla parte giusta persino nelle situazioni più complicate. Come uno che – anche in mezzo ad un pagliaio – al primo tentativo riusciva a tirare fuori l’ago. L’infortunio subìto contro l’Airdrieonians rafforzò la pressione della madre, sempre più determinata a dissuadere il figlio dal continuare a giocare. Ma il giovane grande eroe del club calcistico cattolico di Glasgow riprese il proprio posto tra i pali, ottenendo quattro mesi più tardi la prima convocazione in Nazionale: Scozia-Francia 2-0. Nell’ottobre del ’30, Thomson difese i pali del suo Paese contro il Galles, prima sfida del Torneo Interbritannico (1-1). Fu decisivo nella seconda partita di quel torneo, contro l’Irlanda del Nord: 0-0 contrassegnato da almeno cinque grandissime parate di Thomson.

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di Redazione

( Fonte Storie di Calcio )

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