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Storie di Sport | Personaggi, storie, episodi dal mondo dello Sport

responsiveresponsiveStorie di Sport, raccogliere racconti di piccole e grandi imprese in ogni sport, da quelli più famosi a quelli meno praticati. Condividere le storie e le emozioni di cui sono stati protagonisti atleti conosciuti o ignoti, celebrati eroi o semplici meteore. responsive

Scusate, ha segnato Paolino Ponzo

Un puntino non c’è più, non può più neppure apparire. Si chiamava Paolo Ponzo, Paolino, maglia numero 7, eterna corsa, solitaria ala destra, uno di quelli che quando l’arbitro sordo e cieco ha fischiato la fine, il popolo vittorioso, che invade il campo, porta sempre in trionfo. Sempre. Perché al popolo piacciono sudore e lacrime, oltre che l’epica vittoria.

Sono in quattro fuori da un ospedale, con la testa tra le mani. Una parte di una squadra, immensa, come se ne sono viste poche. Perché nel calcio di giocatori ne trovi tanti, ma gli uomini sono rari, puntini che non scintillano nemmeno.

Spezia calcio, stagione 2005-06, tornare in B dopo cinquantaquattro anni, e finire nell’album delle figurine Panini e nell’immaginario collettivo di un paesone fatto stadio. Sono saliti in macchina di mattina presto, guida Pietro Fusco, e con lui Vito Grieco, Alberto Bianchi e Nicola Padoin. Terzini, sgobboni, pedalatori, picari, eroi, c’è un po’ tutto nei loro piedi e nel loro cuore. Il silenzio non lo sposta neanche il vento, quella scossa dal cielo che li avvolge. Il vento, ciò che induce le foglie a suonare contemporaneamente, ma che può spazzare tutto e tutti, fingendo quasi di avere le ali. Non parlano quegli uomini, e l'hanno fatto poco anche durante il tragitto per raggiungere un Istituto nelle vicinanze di Pietra Ligure.

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Li attende una donna minuta, silenziosa, si chiama Michela, proposta oggi ad un destino diverso e l’abbraccio che ne deriva è forte; anche lei fa parte di una storia. Un puntino non c’è più, non può più neppure apparire. Si chiamava Paolo Ponzo, Paolino, maglia numero 7, eterna corsa, solitaria ala destra, uno di quelli che quando l’arbitro sordo e cieco ha fischiato la fine, il popolo vittorioso, che invade il campo, porta sempre in trionfo. Sempre. Perché al popolo piacciono sudore e lacrime, oltre che l’epica vittoria. “Si è alzato alle cinque di mattina per andare a fare quella maratona, poi non l’abbiamo più visto”, racconta Michela. L’abbraccio con i vecchi compagni del marito è forte, come lo era in campo; perché la vita è questa, non la passione per il denaro, la prurigine, la falsità. Fusco è distrutto, come Grieco; ma anche Bianchi e Padoin non ce la fanno. Scende qualcosa dal loro volto, la cosa più sacra che un uomo ha, perché viene da dentro: la lacrima. Erano compagni, amici, ora sono soli. Undici restano in campo, ma uno se ne va in paradiso. Sette anni fa, più o meno di questi tempi, era giorno di partita con il Genoa, prima rinviata poi giocata.

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Il Genoa che lo aveva mollato dopo le giovanili, non credendoci, tanto da spedirlo a Montevarchi. Ponzo, quel 6 aprile 2006, aveva aperto la storia con il passaggio perfetto, un lancio a tagliare l’erba e le difese, la palla che tutti i tifosi spezzini spinsero in rete dopo neanche due minuti. E l’aveva data, come per destino, a quello che doveva segnare, perché così era scritto, Massimiliano Guidetti, l’uomo avvolto nelle insegne patrie. Era iniziato e finito trionfalmente lì quel campionato, che qualcuno dovrà raccontare ai tre figli che Paolino lascia, ma soprattutto al più piccolo, Giovanni, due anni. Nella bara del papà, metterà lui stesso, il giorno dell’addio, un paio di calzini sportivi perché “a lui piaceva correre e lo farà magari ancora”.

Dopo quella vittoria, chi scrive chiese a una serie di calciatori di realizzare una prefazione, per un libro celebrativo della B dopo così tanto tempo riportata nel Golfo Dei Poeti, con la gente in piazza, con i vecchi che erano una lacrima sola con i loro figli, con chi gli stava accanto. Perché di calcio si può piangere. C’è chi, pur nazionale, chiese quasi denari, altri declinarono; accettarono lui, Ponzo, e Javier Zanetti, che raccontava il suo calcio con gli occhi di un bambino. In una tribù, quella calcistica, ricetto di pensatori senza pensiero, spuntavano due uomini profondi.

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Paolo si presentò con un foglio scritto a mano, dove raccontò del suo grazie alla gente e di ciò che era il calcio per lui: “Grazie. Questo è il complimento più bello che abbia ricevuto da quando gioco al calcio -scrisse- Grazie, con una pacca sulle spalle e le lacrime agli occhi di migliaia di tifosi. Per raggiungere un traguardo così non era sufficiente una squadra normale, ce ne voleva una straordinaria. Fuori dalla norma, ma non per valori sportivi, quanto per quelli morali. Una squadra fatta di uomini ancor prima che di calciatori, dove gli elementi essenziali non erano la tattica e la tecnica, bensì l’umiltà, il rispetto e l’amicizia. Ogni calciatore che veste questa maglia, deve sentirsi da una parte onorato, dall’altra fortemente responsabile per ciò che rappresenta. Nessuno pretende risultati strepitosi o vittorie impossibili, ma più semplicemente serietà ed impegno. Talvolta provo a pensare alla mia partita perfetta, un gol, due gol, una grande vittoria… niente di tutto ciò. Una partita nella quale dovrei uscire in barella, invece, svuotato di ogni energia fisica e psichica senza curarmi del risultato, perché sicuro di essere felice”.

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di Armando Napoletano

( Fonte Città della Spezia )

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